San Galgano, 25 Aprile 2004

Feudo Romano e Feudo Toscano fanno una escursione a Chiusdino, provincia di Siena per visitare la cattedrale e l'Eremo di San Galgano.




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Partiamo di buon mattino, gli occhi gonfi di sonno, le borse termiche traboccanti di vivande e lo spirito colmo di avventurosa e goliardica voglia di passare una domenica diversa i cui ingredienti principali siano scoperta e amichevole confronto. Gli amici del Feudo Toscano ci aspettano per mostrarci una vera meraviglia in cui arte e natura si fondono in un'impareggiabile armonia: San Galgano.
Qualche ora di viaggio resa piacevole dall'ottima compagnia e dalla verde preziosità delle colline toscane ed eccoci arrivare alla nostra meta: l'abbazia e l'eremo. Ai miei occhi abituati alla stretta, aspra bellezza dei paesaggi liguri, l'abbazia appare come un'isola fluttuante tra un mare d'erba mosso da un vento impetuoso e stormi di nuvole barocche.


Semplice nella sua imponenza, ci accoglie mostrandosi tra lame di sole che ne esaltano la facciata. E' uno spettacolo splendido, un monumento in cui romanico e gotico si fondono e confondono in eterna sincronia. Una cattedrale in cui il cielo fa da soffitto e l'erba da tappeto non intaccandone la nobiltà, ma anzi rendendola di una bellezza trascendentale, un ponte elevato ad unire il verde della terra al blu del cielo.
Descriverla con parole non le renderà giustizia, ma tentare di farlo è d'uopo.
Venne costruita intorno al tardo 1100 e la facciata non venne mai completata: le tre porte sono ad archi rotondi ed archivolti in pietra i cui stipiti sono sormontati da capitelli floreali e la porta maggiore è arricchita da un delizioso architrave fregiato da foglie d'acanto che si avviluppano in sinuose spirali, mentre i lati esterni dell'abbazia sono intervallati da contrafforti interrotte da bifore ad arco a sesto acuto.


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L'interno è mozzafiato, un sogno costruiti da mani sapienti fatto di pietra e spazi vuoti. Non si può che rimaner attoniti dallo spettacolo offerto dalla fuga degli archi acuti e delle finestre, dai rosoni che paiono ricamati e dai contrasti tra il cotto e il prezioso travertino. I capitelli sono circa un centinaio e sono frutto di maturità artistica e di stile. Il tetto dell'abbazia venne rovinato dall'ignavia e dall'avidità umana che ne vendette la copertura in piombo, ma la disfatta definitiva avvenne dal crollo del campanile, alto 36 metri, intorno al 1780, che nella caduta travolse buona parte del tetto. Personalmente credo che questa mancanza in realtà altro non faccia che rendere ancora più suggestiva, particolare ed affascinante questa costruzione, donandole una sorta di panteistica epicità.
Dopo aver saziato gli occhi e l'animo di eterna bellezza, ci dedichiamo a rifocillar i corpi, stendendo plaid colorati sul bellissimo prato antistante all'abbazia e dando fondo ai viveri in un' atmosfera idilliaca e conviviale in cui noi soci chiacchieriamo amabilmente godendoci la timida carezza del sole primaverile. Un caffè e un po' di riposo, raccogliamo il nostro coraggio e il fiato per cimentarci nell'impervia salita che conduce alla collina su cui svetta l'eremo di San Galgano.
Con un sorriso fintamente rilassato stampato sul volto paonazzo, il fiato ansante e la saliva azzerata, arriviamo sull' "ermo colle". Il rischio d'infarto è ampiamente ripagato da quel che ci si para di fronte: la piccola chiesa di forma tondeggiante, costruita intorno al 1185, ispirandosi ad antichi edifici tombali etruschi e romani.

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La pianta circolare è interrotta verso oriente dall'abside semicircolare ed è sormontata da una cupola emisferica che non è visibile esternamente in quanto coperta in epoca più avanzata da un tetto e da delle travature. Nel XIII secolo le fu addossato l'atrio in cotto e pietra ed un secolo dopo venne aggiunto il campanile con due archi.
Il centro che dà inizio al complesso dell'eremo è la vetta del colle di Montesiepi. L'ambiente mistico fu lo scenario che ospitò la figura poetica ed epica di Galgano Guidotti che, sul finire del XII secolo, giurò di abbandonare la vita guerresca in favore di una vita dedicata alla pace e alla contemplazione con un gesto che è diventato leggenda, scagliando cioè la sua spada in una insenatura di una roccia dove vi rimase incastrata indissolubilmente. Atto di fede in Cristo nel far diventare un simbolo di morte e violenza in uno sacro quale è la Croce.
La chiesa venne costruita attorno a quella roccia in cui la spada giace imprigionata, accanto alla tomba che custodisce le spoglie mortali del Santo.
L'interno dell'eremo è dodecalaterale, con una curiosa cupola emicircolare ad ampi cerchi concentrici ascendenti.
La simmetria quasi circolare della chiesa è interrotta ad arte da una piccola abside fatta a nicchia. La cupola svetta con i suoi 48 cerchi verso l'alto, creando una spirale in cui si alterna il cotto alla pietra, simbolo dell'uomo che attraverso la fede e il culto eleva la propria anima verso il Creatore.
I motivi esoterici della cupola sono diversi e disparati: essa ricordava al cavaliere medievaleil Sepolcro di Gerusalemme racchiuso in una chiesa rotonda ed inoltre la forma ci ricorda quella di un calice rovesciato, probabile allusione al Santo Graal.
L'eremo è sicuramente più intimo e meno spettacolare dell'abbazia, ma entrambe le costruzioni colpiscono il cuore passando per gli occhi.

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Torniamo verso la piana con rinnovato vigore.
Ancora sole, chiacchiere amabili e risate per poi salutarsi, ripromettendoci altre giornate come questa, preziose perchè uniscono l'arricchimento culturale a quello umano.
Si risale in macchina, stanchi e soddisfatti, gli occhi ancora pieni d'arte e dei sorrisi degli amici.
Questi sono i momenti da ricordare.
Questi sono i momenti da vivere.

Cristiana Conti
Racconto di uno Spulcialibri

C’era una volta un Re.. così iniziano tutte le grandi storie del passato e questa fa solo una piccola eccezione, miei cari lettori, infatti c’era una volta un Conte, signore di una terra lontana, il quale un giorno ricevette una missiva da un suo vecchio Governatore:

“Augusto Conte, mi trovo lontano da voi, in compagnia di un giovane, ma saggissimo spulcialibri, sappiate che ho scoperto una cosa molto interessante: consultando vecchi tomi ho saputo dell’esistenza di una antica spada, conficcata nella forte roccia da una antico cavaliere. Essa sorge nei pressi di una abbazia in rovina di ineguagliabile fascino e si dice che chi riesca ad estrarla abbia onore gloria e la forza di sconfiggere il male.”

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Il Conte organizzò subito una spedizione, portando con se il suo fidato Inquisitore, il capo dei Cerusici, il capo delle Guide, il Governatore, lo shalafi dei Maghi Neri, una dama cantore ed altri accompagnatori. L’appuntamento era per il mezzo del giorno nei pressi dell’abbazia, dove sarebbe sorto l’accampamento. Purtroppo il viaggio non si dimostrò facile come previsto, le tante miglia che speravano il luogo dell’accampamento dalla residenza del Conte furono costellate di trappole e agguati e la mancanza di mappe precise fece arrivare i nostri eroi in ritardo e affamati. Ad aspettarli c’erano gli altri compagni di avventura: il vecchio Governatore con la sua Dama, il giovane spulcialibri, lo shalafi Bianco, la Conestabile sua moglie, una potente Chierica e una Teatrante con ambizioni strane… (voci dicono che volesse gestire una strana casa…).
Accampati nei pressi della maestosa abbazia, il loro animo fu sopraffatto dal misticismo che essa emanava, tanto che si dimenticarono della fame e della stanchezza (forse anche perché qualcuno mangiava mentre camminava…). Gli antichi muri si stagliavano imponenti davanti al gruppo e dalle finestre infrante si vedeva passar nel cielo nuvole di forme strane che dipingevano storie passate come un tempo facevano forse quelle vetrate che adesso non ci son più. Dopo un pasto che per alcuni, ma non tutti, fu volutamente frugale, il gruppo visitò l’interno dell’abbazia: tutto tranquillo, la pace regnava sovrana fra gli antichi muri; attraverso i grandi contrafforti e passando per le diruite bifore il vento soffiava e componeva una vecchia litania che indicava la strada da seguire. La spada sorgeva poco distante, in cima ad un colle che il Conte riconobbe come la Cima del Diavolo, irta e perigliosa da scalare. Ma niente poteva fermarlo e così affrontò la montagna, guidato dal vecchio amico, il governatore, che pur di far vedere che era ancora pieno di forze al giovine spulcialibri, rischiò un malore pur di arrivare primo sulla vetta.
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Ma tutti furono beffati: usando uno sconosciuto sortilegio, la dama cantore, aiutata da un membro della corte dei Grifoni, si fece trovare fresca e riposata per prima sulla cima della montagna. Il Conte, con passo sicuro e maestoso fece il suo ingresso in un piccolo tempio al cui interno, conficcata nella dura roccia, riposava dopo tante guerre, la sacra spada. Illuminato dalla divina presenza che lì regnava il Conte capì subito che la spada doveva esser lì lasciata a testimonianza di una scelta, simbolo di chi rinuncia alla fama e al potere personale che danno guerra e conquista per la gloria comune di una pace: questo era il potere che quella spada offriva per sconfiggere il male. Il gruppo, rinfrancato nello spirito, fece ritorno al campo e dopo aver smontato le tende, preparato cavalli e carrozze a qualcuno venne una idea:

“ ho sentito parlare della città morta, Augusto Conte, che dite.. andiamo?”

Ma questa, mia cari lettori, è un`altra storia.

Cristiano Frati



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